Caprino (Federfarma Roma): “La revisione della remunerazione? Una trattativa che non doveva nemmeno partire, almeno ora”


Nel pieno delle trattative per la revisione del metodo di remunurazione delle farmacie (lunedì 8, come noto, è prevista la seconda seduta del tavolo Aifa) il presidente di Federfarma Lazio e Federfarma Roma Franco Caprino sferra un duro attacco ai vertici nazionali
del sindacato dei titolari. Il pretesto è il consiglio delle Regioni federale tenutosi l’altro ieri e in larga parte inevitabilmente dedicato alla difficile partita della remunerazione. In una nota indirizzata a tutte le Unioni regionali e Associazioni provinciali dei titolari, Caprino esprime la sua delusione per come quella che definisce “una discussione vitale per il futuro delle nostre aziende a della nostra
professione” sia “proseguita in un contesto di sostanziale, fumosa genericità.”
Proprio da qui il presidente dei titolari laziali fa partire il suo affondo: “Una delle tante cose promesse dalla presidenza di Federfarma per garantire una remunerazione stabile e compatibile con la sostenibilità del servizio è quella di riuscire a ottenere dalla proposta che verrà portata al tavolo AIFA il rientro in farmacia di tutti i farmaci OSP 2 e dei farmaci innovativi, unitamente a un contestuale intervento di riduzione della distribuzione diretta da parte della ASL e della DPC, a tutto vantaggio delle farmacie del territorio.”
Una prospettiva che, secondo Caprino, sarebbe anche convincente. Ma, osserva, le leggi che prevedono la revisione della remunerazione delle farmacie (la 122/10 e la legge di conversione del  Dl n.95/12) si riferiscono ai soli compensi relativi al servizio farmaceutico reso in regime convenzionale. Per cui, a giudizio di Caprino, “l’azzeramento o anche la sola riduzione della distribuzione diretta e della DPC, così come il ritorno nelle nostre farmacie degli OSP 2 e dei farmaci innovativi ad alto costo, altro non sono che una pia illusione.”

Per convincersene, secondo il presidente di Federfarma Lazio, basterebbe rispondere a due domande: le Regioni – “responsabili della spesa sanitaria e con i conti perennemente in rosso”, ricorda Caprino – possono anche solo considerare la prospettiva di un ridimensionamento dall’alto della distribuzione diretta e della DPC? E posta la conditio sine qua non dell’invarianza dei costi – è ragionevole pensare che tutti i farmaci Pht, OSP 2 e innovativi ad alto costo compresi, possano essere riportati in farmacia?
Secondo Caprino (che in ogni caso evita di esplicitarlo) la risposta è ovviamente no. “Sono le domande che ho voluto porre anche ieri intervenendo al Consiglio delle Regioni federale” scrive.
“E che, come tante altre volte, non solo non hanno avuto risposte convincenti ma, molto più semplicemente, non hanno proprio avuto risposta.” Il leader dei titolari romani prosegue ribadendo “preoccupazione in merito alla trattativa in corso al tavolo AIFA sulla remunerazione. Una trattativa – lo vado dicendo ormai da mesi, del tutto inascoltato – che non era davvero il caso di far partire, almeno in questo momento e con questo governo.”
Proprio da qui parte il duro giudizio politico sull’operato dei vertici nazionali del sindacato: “Ritengo sia proprio questo il primo, macroscopico errore compiuto dal nostro sindacato nazionale: pretendere di discutere adesso la riforma della remunerazione, senza rendersi conto di infilarsi praticamente da solo in un autentico cul de sac. Il problema è che in fondo a quel sacco senza uscita rischia di finirci tutta la farmacia italiana. Duole molto essere costretti a fare queste considerazioni, ma precisare le situazioni e indicare le responsabilità è un esercizio non solo doveroso ma necessario.”
Un giudizio che non è davvero temperato dal registro ironico utilizzato in chiusura della lettera: “L’unica speranza, a questo punto, è che la reticenza fin qui manifestata da Federfarma nazionale in ordine ai contenuti tecnici e alle cifre della sua proposta, sempre giustificata con la necessità di non scoprire anzitempo le carte,non riservi una sorpresa finale e, come nei varietà di altri tempi all’Ambra Jovinelli, i vertici del sindacato estraggano dal cilindro della trattativa con l’AIFA il magnifico, insperato coniglio di una remunerazione congruente e congrua con le sacrosante aspettative dei titolari di farmacia. Ma, come diceva qualcuno, la speranza è un’ottima prima colazione, ma una pessima cena. E, purtroppo, qui si è già fatto un po’ troppo tardi”.


5 risposte a “Caprino (Federfarma Roma): “La revisione della remunerazione? Una trattativa che non doveva nemmeno partire, almeno ora””

  1. Quanto qui sotto riportato fu da me scritto e pubblicato nel settembre del 2006!

    Son trascorsi molti anni da allora e ancora si parla di rinnovo della convenzione farmaceutica e riforma del sistema remunerativo delle farmacie italiane.
    Una certezza comunque c’è: le farmacie italiane fruiscono del più vecchio contratto lavorativo, scaduto e non rinnovato, dell’intera classe lavorativa!
    Nessuna categoria di lavoratori, penso, può fregiarsi di questo primato!

    Un’ultima osservazione prima di iniziare la lettura.
    Sicuramente alla fine qualcuno obbietterà che il meccanismo remunerativo esposto non escluderebbe la riduzione degli utili dovuta all’abbassamento dei prezzi dei farmaci.
    Ma, se valutassimo che la percentuale atta a monetizzare i servizi potrebbe essere anche slegata in una quota fissa dalla riduzione dell’extra-sconto applicato al SSN, di sicuro con un siffatto meccanismo la retribuzione sarebbe legata ai processi inflattivi che modulano la formazione dei prezzi.

    Con il nuovo sistema retributivo proposto da Federfarma (due euro a pezzo) questo non accade.
    E se il nostro contratto viene rivisto ogni vent’anni, …. campa cavallo ….!

    *************************************************************************************

    Discutendo, con colleghi e non, del futuro delle farmacie italiane, il discorso è, inevitabilmente, scivolato su ciò che sono le aspettative, positive e negative, a cui si andrà incontro con la prossima legge finanziaria e l’imminente rinnovo della convenzione farmaceutica. Principalmente sul ventilato nuovo assetto remunerativo.
    Non desidero svolgere il compito della “Cassandra di turno”, e quindi eviterò, intenzionalmente, di citare gli ipotetici scenari negativi soffermandomi solo sui positivi.
    Di fatto scriverò qui, anticipandola di qualche mese, la classica letterina a Babbo Natale.
    Quello dei farmacisti, però!
    E’ ironia la mia, malcelata per l’ovvia convinzione che i giochi sono oramai fatti e la partita è chiusa, con un finale e un punteggio stabiliti, arbitrariamente, da tempo.
    Pertanto a cosa serve scendere in campo? O peggio, a chi giova che si discuta della convenzione farmaceutica, se le decisioni sono già state prese?
    La risposta è nella domanda.
    In un giuoco delle parti, ogni attore deve ricoprire il suo ruolo, definirlo meglio nel recitare il copione che gli è stato affibbiato o per cui si è proposto, e sperare di strappare l’applauso finale.
    Quindi io scriverò la letterina e qualcun altro farà la recita di Natale. Per i regali … si vedrà!

    Leggo da più parti, l’auspicio di alcuni colleghi di ricevere il proprio corrispettivo lavorativo sotto forma di stipendio, o comunque come reddito professionale, non d’impresa.
    Questa mossa la reputo sbagliata.
    Noi facciamo impresa. Le nostre farmacie sono imprese.
    In esse rischiamo i nostri capitali e reinvestiamo, in parte, i profitti che ne scaturiscono. Negli stessi profitti edulcoriamo le perdite e i costi, inevitabili, che emergono anche dalle più oculate gestioni (prodotti scaduti, deteriorati o revocati, interessi passivi, rinnovo arredi e/o attrezzature, diminuzioni prezzi, stipendi del personale, ecc. ecc.).
    A quale titolo potremmo bilanciare le negatività che derivano da una azienda, con un profitto ottenuto da un reddito professionale?
    Una tra le prime nozioni matematiche imparate a scuola è : “…non si possono sommare algebricamente due mele e due pere!”.
    Tuttavia non posso disconoscere che, principalmente, le mie azioni professionali, nell’ambito dell’impresa farmacia, concorrano alla formazione del mio reddito (d’impresa!).
    In essa coesistono due elementi giuridicamente distinti ma intimamente uniti: la farmacia e il farmacista.
    Essendo infatti la prestazione professionale integrata dal trasferimento di un bene (il farmaco), e quindi avendo tale prestazione anche una valenza economica, non può che essere esercitata sul territorio se non attraverso la gestione di una impresa, strutturata con aspetti inequivocabilmente commerciali ed economicamente rilevanti.
    Nell’attività di farmacista “confluiscono e si confondono il corrispettivo della prestazione professionale e la remunerazione dell’attività imprenditoriale”.
    Il legislatore, nel definire il sistema farmacia, con il T.U.L.S., ha legato a doppio filo la prestazione professionale con il livello reddituale del farmacista, essendo egli un “imprenditore commerciale, non commerciante”.
    Nel far ciò, privilegia una o l’altra delle due componenti (commerciale o professionale) dando maggior risalto all’aspetto strutturale, quando fattori economici lo richiedano, ovvero agli operatori sanitari (i farmacisti), quando debbano essere soddisfatte esigenze di sicurezza e qualità.
    L’attività commerciale veniva (ora per merito di Storace prima e Bersani poi non più) compensata secondo parametri di profitto il più possibile omogenei poiché collegati ad una attività professionale (prezzo fisso e margine stabilito per legge).
    In ultima analisi il legislatore aveva sempre ritenuto che la competitività e la concorrenza dovessero espletarsi sul terreno della prestazione professionale e del servizio reso alla comunità, e non sul piano puramente commerciale!
    Grazie alle teste gloriose prima menzionate, oggi, l’aspetto commerciale ha prevaricato quello professionale.
    Vi è, comunque, ancora spazio di manovra per riportare la situazione su un binario legislativo accettabile e condivisibile da tutti. Sempre che si desideri un “sistema farmacia” moderno, sicuro, affidabile e proiettato a garantire e tutelare la salute dei cittadini.

    Consideriamo allora la retribuzione derivante dall’erogazione dei farmaci per il SSN, nostro principale cliente. Questo difficile cliente-padrone chiede l’erogazione di farmaci e servizi ai suoi “figli” nostri clienti e, per i primi, pretende uno sconto regressivo sul prezzo, per i secondi la totale gratuità.
    Chiaramente la qualità dei servizi concessi sinora, per lo più gratuitamente dalle farmacie (guardia farmaceutica, CUP, misurazione della pressione, esami diagnostici di prima istanza, distribuzione per conto AUSL, monitoraggio della spesa farmaceutica tramite connessioni telematiche, farmacovigilanza, ecc.), è, e deve essere, all’avanguardia in un paese che si definisce civile ed europeo.
    Io propongo di migliorare e ampliare ulteriormente tali prestazioni qualificate e qualificanti.
    Come? Creando un meccanismo di sconto dello sconto regressivo incidente sul farmaco mutuabile.

    Sembra uno scioglilingua, ma non lo è.
    Fissiamo come cento il valore dello sconto attuato mensilmente al SSN, sulla DCR mensile dei farmaci erogati, e distribuiamo sui vari servizi erogabili e, aggiungo, sui diversi strumenti indispensabili per un ottimale controllo e garanzia di qualità degli stessi (le varie ISO, ECM, corsi di formazione del personale, titoli di specializzazione del titolare e/o dei collaboratori, ecc.) una percentuale a riduzione dello sconto summenzionato, proporzionale al valore del servizio reso.
    Ci troveremmo così in una situazione ove ognuno di noi, pur “distribuendo scatolette”, sarebbe motivato, oltre che eticamente, anche economicamente ad assumere personale laureato, a dare un’assistenza al cittadino sempre migliore e ovviamene ad avere un giusto ritorno economico dal suo impegno-investimento.

    Prendiamo ora in esame il collaboratore farmacista.
    Egli percepisce sempre lo stesso onorario, indipendentemente se sia o meno specializzato o diplomato in qualcosa. Il suo stipendio non è legato alla sua preparazione ma solo all’esperienza maturata con gli anni di servizio.
    Perché dunque non incentivarlo, economicamente, ad acquisire altri titoli e qualifiche premiandolo con un aumento base in busta paga?
    In pratica più sai, più meriti, più guadagni!

    Si obbietterà che, così facendo, il professionista con più titoli, potrebbe piuttosto essere penalizzato nelle assunzioni, anziché avvantaggiato, in un mondo del lavoro ove regna l’abusivismo professionale.
    Ma se richiamiamo il meccanismo di riduzione di sconto prima citato, vediamo come anche il datore di lavoro può ricavarne beneficio, poiché sarà egli a valutare la convenienza nell’avere, ad esempio, un collaboratore più preparato anziché un servizio di diagnostica di prima istanza o entrambi, traendo vantaggio sia nell’ambito del fatturato al SSN che nell’ampliamento dell’offerta al pubblico. Anche qui, più servizi e competenze offri (tra quelli collegialmente scelti come utili ed essenziali) meno sconto fai al SSN.

    Valuto che questa proposta sia un valido compromesso economico, finalizzato a tutelare sia i cittadini sia il personale laureato delle farmacie sia il sistema farmacia, oggi più che mai rivolto a garantire quella centralità e capillarità di assistenza sanitaria già espressa e poco attuata dai vari ministri che si sono succeduti negli anni.

    Mi scuso con i colleghi, che sin qui hanno avuto la bontà di leggere, dell’inconsueta prolissità, ma vista l’ampiezza della questione, non è possibile comprimere i concetti con maggior sintesi, pena l’incomprensione degli stessi.

    Dr. Raffaele Siniscalchi.

  2. Raffaele,
    hai letto che l’aiuto proposto dall’AIFA alle rurali è che queste siano esentate dal contribuire al rimborso dello sforamento?
    Quello che ne deduco io, indipendentemente dalla beffa per le rurali, è che qualsiasi sia il sistema di remunerazione adottato è che per il titolare non cambia nulla se la farmaceutica continuerà ad essere sottostimata e non riceverà risorse ogni anno crescenti anche solo in base all’inflazione.
    Credo sia ora di dire basta ai rimborsi degli sforamenti: i titolari credo che siano l’unica categoria in Italia che in dicembre invece di prendere la 14esima lavorano gratis (almeno per quello che riguarda la convenzione).

  3. non voglio farti perdere tempo ma non capisco l’ultima parte del calcolo.
    I due euro li prendi anche sui tantissimi (per numero di pezzi venduti)farmaci tipo Cardioaspirin che non costano certo 66 euro e quindi non vedo questa caduta verticale dei margini. Io ho preso una distinta e ho fatto i conti con entrambi i sistemi: col sistema AIFA ci rimetto circa il 10%. Io ho uno sconto forfettario dell’ 1,5%, una farmacia romagnola di città credo che col nuovo sistema ci rimetta pochissimo o non ci rimetta proprio.
    E’ vero poi che le cose cambiano da regione a regione, ma se l’AIFA per i suoi calcoli è partita da quanto spende il SSN, non credo possa esserci un crollo del fatturato, solo una leggera variazione. E allora torna la questione dello sfondamento della spesa: cosa stai a cambiare sistema se poi devi continuare a pagare lo sforo?

  4. Oggi percepisci in media quasi un euro netto per ricetta (netto per costi e tasse).

    Con il sisteme nuovo trattasi di due euri al lordo di tasse e costi.
    Pensi di farcela?

    Io dico di no, soprattutto se la marginalità del solo 3,30% lordo è anche sul farmaco extra SSN.

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