ELEZIONI 2013 – quando il voto degli italiani è solo una formalità


Dalla legge elettorale dipende il destino del nostro Paese, ben più che dai voti degli italiani. Per averne un’idea, basta provare ad immaginare cosa cambierebbe se si andasse al voto con la nuova legge o con il Porcellum.

Quando mancano ormai pochi mesi alle politiche, il tema della legge elettorale è ormai definitivamente uscito dalle “polverose stanze” di Palazzo Madama. Da questa considerazione non ci si muove: infatti dal sistema elettorale dipende il futuro del Paese, ben più che dal consenso degli italiani. Proviamo a fare qualche simulazione, tanto per rendere l’idea di quello che potrebbe accadere (e ovviamente spingendoci anche ad immaginare la data delle elezioni tra marzo e aprile e con l’esito “gestito” da Napolitano).Elezioni politiche 2013, al voto con lo schema di legge elettorale uscito dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato. Il premio di maggioranza del 12,5% viene assegnato alla coalizione che raggiunge il 42,5% dei consensi. Il centrodestra (PDL, Lega, Destra e lista civica) raccoglie il 25% dei consensi, l’Unione di Centro decide di correre con Fli e Api e si ferma al 9%, il Movimento 5 Stelle fa il pieno di consensi e supera il 22%, il Partito Democratico in coalizione con Sinistra e Libertà, una lista civica ed i socialisti arriva al 35%, L’Italia dei Valori si ferma al 4%, Radicali al 2%, il fronte di Sinistra al 3%. Le preferenze fanno il resto, portando i “soliti noti ed i soliti nuovi” a Montecitorio e Palazzo Madama e facendo ricredere molti su concetti come rinnovamento generazionale e meritocrazia. In Parlamento nessuno ha una maggioranza qualificata e naufragano tutti i tentativi di formare un Governo da parte del candidato premier del centrosinistra. Dopo giorni di polemiche e recriminazioni, i partiti continuano a rinfacciarsi la colpa di aver portato gli italiani a votare con una legge elettorale del genere. Alla fine il Presidente della Repubblica, anche in relazione alle pressioni delle istituzioni europee, non può che prendere atto della situazione e, facendo appello alla responsabilità politica dei partiti, assegna l’incarico di formare il nuovo Governo ad una figura di alto profilo istituzionale e di grande credibilità internazionale. Per rispetto e per evitare polemiche lo chiameremo soltanto Mario M, anzi, forse meglio oscurare il nome: diciamo allora M. Monti. A questo punto il Movimento 5 Stelle porta un milione di persone in piazza, la rappresentanza parlamentare di Sinistra Ecologia e Libertà si dissocia dal Partito Democratico e gli eletti leghisti fanno sapere di non essere disposti a sostenere un Governo dei banchieri.

I democratici, dopo una dura discussione in Assemblea Nazionale votano un ordine del giorno che vincola l’appoggio al nuovo Governo all’accettazione di una serie di punti programmatici; quel che resta del centrodestra minaccia di staccare la spina al Governo nascente, poi smentisce, infine rende noto il proprio “appoggio condizionato”; i centristi rinnovano l’auspicio ad un esecutivo di pacificazione nazionale. Il nuovo Governo, dove entra su precisa volontà del centrodestra una “componente politica”, secondo i mai troppo rimpianti meccanismi della lottizzazione della Prima Repubblica, incassa la fiducia alla Camera con 375 voti a favore, al Senato “solo” 170. Il centrosinistra mugugna, ma un mese dopo le cose sembrano andar meglio e Romano Prodi viene eletto Presidente della Repubblica.

Ma c’è sempre il piano B: il banco salta e si va al voto con il Porcellum. Una campagna elettorale avvelenata, anche perché né il centrodestra né il centrosinistra hanno il tempo per fare le primarie per la scelta dei parlamentari e le liste continuano ad essere compilate con una sorta di “manuale Cencelli”, stavolta in chiave generazionale e di genere. Il Movimento 5 Stelle imposta una campagna iper-aggressiva; a Casini non resta che tornare a casa, sostenendo Passera – Montezemolo alla guida di una coalizione in cui a fare la parte del leone è però la nuova versione del Popolo della Libertà. Lega ed Italia dei Valori ballano da sole, così come la Federazione della Sinistra ed i Radicali. Le urne regalano la vittoria all’asse PD – SEL, con il 32% dei consensi, ma il vero boom è quello del Movimento 5 Stelle che sfonda il muro del 25%. Sotto il 25% si ferma il nuovo centrodestra, mentre la Lega recupera fino al 7% e gli altri sono tutti fuori dal Parlamento. Alla Camera la coalizione conquista 340 seggi, mentre al Senato il successo è meno netto, con 160 eletti. Bersani riceve l’incarico di formare il Governo e pena non poco, dal momento che è costretto continuamente ad un compromesso fra l’area centrista – liberal ed i parlamentari di Sel. La fiducia è comunque scontata, ma le prime crepe cominciano a manifestarsi dopo solo qualche settimana. Lo spread torna a salire e l’elezione del Presidente della Repubblica avviene in un clima paradossale, con Mario Monti che sale al Quirinale con i voti dell’intero arco parlamentare, eccezion fatta per la Lega Nord (e con qualche franco tiratore di troppo). Bersani incespica più volte al Senato e sulla politica economica…

Certo, ci sarebbe anche il piano C: una legge elettorale degna di questo nome, che garantisca governabilità e rispetto della volontà degli elettori. Ma questa è un’altra storia, che (purtroppo) con buona probabilità non riusciremo nemmeno a raccontare.


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