Stranamente, non è piaciuto al Movimento Nazionale Liberi Farmacisti (MNLF) il recente “de listing” di farmaci operato dall’AIFA, ossia il passaggio di farmaci con obbligo di ricetta a farmaci senza obbligo di ricetta (SOP).
L’MNLF dichiara: “…esso ha posto in evidenza diverse contraddizioni del sistema: lo stesso farmaco rimborsato dal S.S.N. ha l’obbligo della ricetta medica e un costo di 5/6 euro in meno di quello omologo che non ha l’obbligo di ricetta (es. Pantecta 20 mg, 14 compresse, con ricetta obbligatoria, DOSANLOC 20 mg, 14 compresse, senza obbligo di ricetta).
Due farmaci, lo stesso principio attivo, dosaggio e numero di compresse che, se rimborsati, devono essere venduti solo con ricetta medica obbligatoria, mentre, se sono OTC o SOP, possono essere venduti senza ricetta, ma ad un prezzo quasi doppio.
L’MNLF e la Confederazione Unitaria delle Libere Parafarmacie Italiane (CULPI) chiedono al Ministero della Salute e al Governo di: cancellare l’automatismo di esclusione di un farmaco dal rimborso del S.S.N. quando diventa SOP; stabilire che sia l’AIFA, e non le ditte produttrici, a decidere se un medicinale debba essere ceduto con o senza obbligo di prescrizione; se una specialità è commercializzata in Italia senza ricetta, anche tutte le altre con uguale composizione automaticamente lo siano”.
Iniziamo la discussione evidenziando che in Italia, caso unico in Europa, esistono circa 2.500 farmaci classificati come prodotti da banco (1.314 OTC) o senza obbligo di prescrizione (1.143 SOP), in aumento costante proprio per l’insistente de listing, a causa del fatto che persone incompetenti e/o interessate hanno distinto i farmaci in base alla possibilità di pubblicizzarli o “venderli” su consiglio e non in base alla oggettiva pericolosità degli stessi, con la sola clausola che la pubblicità deve contenere le avvertenze del caso (quella frase che sentite dire o vedete scritta velocissima alla fine di ogni spot e che hanno adottato anche per sigarette e altri prodotti pericolosi) trasformando, di fatto, un bene sanitario in bene commerciale.
Questo lo hanno voluto le aziende di produzione (spesso multinazionali) capaci di incidere sulle decisioni degli organi degli stati, comprese le magistrature, e che, altrettanto spesso, sono proprietarie, attraverso società finanziarie, di altre società pubblicitarie, commerciali e catene della GDO.
Ma, in verità, ha fatto comodo anche a molti politici in cerca di contributi e di voti, specialmente appartenenti a certe aree ben precise, che hanno potuto agevolare la GDO allo scopo di introdurre nei supermercati e ipermercati un settore economico che fa molto gola, sia come richiamo per la clientela, sia come fatturato che si aggira attorno ai 2,5 miliardi di Euro in crescita.
Il D.L. 223 del 4 luglio 2006 all’Art. 5 -Interventi urgenti nel campo della distribuzione di farmaci- recita:
1. Gli esercizi commerciali …..possono effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di automedicazione e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica …. E’ abrogata ogni norma incompatibile (n.d.r. non credo nella legittimità di una abrogazione del genere)
2. La vendita di cui al comma 1 è consentita durante l’orario di apertura dell’esercizio commerciale e deve essere effettuata nell’ambito di un apposito reparto, alla presenza e con l’assistenza personale e diretta al cliente di uno o più farmacisti abilitati all’esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine.
3. Ciascun distributore al dettaglio può determinare liberamente lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore sulla confezione del farmaco rientrante nelle categorie di cui al comma 1, purché lo sconto sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti.
Con questo decreto, poi convertito in legge, lo Stato italiano ha definitivamente aperto un conflitto tra farmacisti con la doppia motivazione di liberalizzare la vendita dei farmaci, trasformandoli nel contempo in beni di consumo, e di risolvere l’occupazione dei farmacisti in esubero, liberalizzando le licenze per la vendita di medicinali.
Ora, il Testo Unico delle Leggi Sanitarie o TULS “Regio Decreto del 1934”, istitutivo delle farmacie, al Capo II “Del Servizio farmaceutico” art. 104 recita: “l’autorizzazione ad aprire ed esercitare una farmacia è data, con decreto, dal prefetto, sentito il consiglio provinciale di sanità e con l’osservanza delle norme contenute negli articoli seguenti.
Il numero delle autorizzazioni è stabilito in modo che non vi sia più di una farmacia ogni cinquemila abitanti. Quando particolari esigenze dell’assistenza farmaceutica locale, anche in rapporto alle condizioni topografiche e di viabilità, lo richiedano, può stabilirsi, in aggiunta o in sostituzione del criterio della popolazione, un limite di distanza, per il quale ogni nuova farmacia sia lontana almeno cinquecento metri da quelle esistenti.
Sono farmacie rurali quelle istituite in comuni o centri abitati con popolazione inferiore ai cinquemila abitanti. Il numero delle autorizzazioni per le farmacie rurali è determinato in base ai criteri indicati nel precedente comma, escluso quello della popolazione. Chiunque apra od eserciti una farmacia senza la autorizzazione anzidetta, è punito con l’arresto”; concetti ripresi dalla successiva Legge n.475 del 2 aprile 1968 “Norme concernenti il servizio farmaceutico”, che all’Art.1 recita: “L’autorizzazione ad aprire ed esercitare una farmacia è rilasciata con provvedimento definitivo dall’autorità competente per territorio. Il numero delle autorizzazioni è stabilito in modo che vi sia una farmacia ogni 5.000 abitanti nei comuni con popolazione fino a 12.500 abitanti e una farmacia ogni 4.000 abitanti negli altri comuni (ora quorum unico a 3.300).
La popolazione eccedente, rispetto ai parametri di cui al secondo comma, è compiuta, ai fini dell’apertura di una farmacia, qualora sia pari ad almeno il 50 per cento dei parametri stessi”; ed, infine, la Legge n.833 del 23 dicembre 1978 “Istituzione del servizio sanitario nazionale” che all’art. 28 conferma e integra: “L’unità sanitaria locale eroga l’assistenza farmaceutica attraverso le farmacie di cui sono titolari enti pubblici e le farmacie di cui sono titolari i privati, tutte convenzionate secondo i criteri e le modalità di cui agli articoli 43 e 48. Gli assistiti possono ottenere dalle farmacie di cui al precedente comma, su presentazione di ricetta compilata dal medico curante, la fornitura di preparati galenici e di specialità medicinali compresi nel prontuario terapeutico del servizio sanitario nazionale……”.
Tutte queste norme sono interpretate da alcuni farmacisti non titolari come norme ingiuste e liberticide in quanto non permettono l’esercizio della libera professione. Essi indicano come evidente la differenza di trattamento rispetto a medici, avvocati, ingegneri eccetera, per i quali è sufficiente la laura, l’abilitazione e il tirocinio previsti dalle norme per poter esercitare la propria professione. Questo è vero solo per le professioni NON sanitarie (esclusi i Notai). Infatti, per tutti i medici vale la possibilità di aprire liberamente un ambulatorio ma NON può essere convenzionato con il SSN se non previo Concorso pubblico e con numero di pazienti limitato per legge nazionale, motivo per cui non esistono ambulatori di medici di medicina generale “liberi”, in quanto non remunerativi, dal momento che nessun cittadino andrebbe da un medico “di base” a pagamento, esistendo quelli convenzionati con lo Stato e per i quali i cittadini pagano già di fatto tramite le tasse ordinarie e straordinarie.
Allo stesso modo, lo Stato ha regolamentato l’istituzione delle farmacie aperte al pubblico in quanto, volendo, da una parte, tutelare i cittadini e dare loro un servizio efficiente e sicuro ha dovuto tener conto, dall’altra parte, delle risorse economiche necessarie a sostenere questo tipo di esercizi e la remunerazione di titolare e collaboratori che possono essere garantiti solo limitando il numero di farmacie secondo un numero di abitanti necessari e sufficienti al sostentamento del servizio e convenzionando le farmacie stesse al SSN.
Pertanto, la limitazione alla concessione ed all’apertura di un esercizio farmaceutico è strutturale al mantenimento di un servizio di interesse pubblico paragonabile ad un vero e proprio servizio pubblico ed al suo controllo sanitario da parte degli organi competenti.
La liberalizzazione dell’attività di farmacista, togliendo tutti i limiti imposti dalle leggi dal 1934 ad oggi, avrebbe come unica conseguenza l’ipotetica apertura in poco tempo di 60.000 farmacie (numero dei farmacisti iscritti agli ordini tolti i pensionati e chi svolge altra attività professionale), alla polverizzazione del fatturato delle farmacie e pertanto alla riduzione drastica della remunerazione di tutti i farmacisti con una conseguente chiusura di tutte le farmacie non in grado di auto mantenersi. Il problema risultante è che resterebbero aperte solo le farmacie più appetibili, perché insistenti su un bacino d’utenza sufficiente, e chiuderebbero quelle con bacino insufficiente, riducendo la capillarizzazione del servizio farmaceutico, dato che le farmacie si localizzerebbero solo nei centri più importanti ed economicamente premianti e sparirebbero le farmacie più piccole e quelle rurali dei piccoli centri meno remunerativi e meno abitati. La libera concorrenza sarebbe controproducente per il SSN, per i cittadini e, alla fine dei conti, per i farmacisti che aprirebbero migliaia di farmacie e di seguito fallirebbero in una sorte di lotta fratricida senza esclusione di colpi del tipo “farmacista farmacistae lupus”, restando disoccupati per moltissimi anni e riducendo il potere contrattuale nei confronti dei titolari di farmacia restanti. Inoltre, sarebbe penalizzante anche per l’efficienza e la sicurezza.
In realtà, il miraggio della libera concorrenza come elemento calmierante i costi per i cittadini, sostenuta dal recente orientamento liberistico che ha creato la guerra e il disastro economici mondiali attuali, è una utopia che serve solamente a favorire i grandi gruppi economici, finanziariamente potenti ed estesi in molti paesi europei e del mondo. Infatti nessuna tariffa di utenze è mai diminuita (tranne quelle telefoniche che però hanno aumentato i ricavi per ogni famiglia grazie alla moltiplicazione dei costi con l’introduzione dei cellulari, dei tablet e dei computer), e nemmeno i costi dei carburanti sono mai diminuiti, anzi cresciuti anno dopo anno, e i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti solo in rapporto allo scadimento della qualità e al sistema di vendita della GDO che punta all’obiettivo della intensificazione dell’acquisto di beni superflui o comunque non necessari all’aumento delle quantità vendute, superiori alle reali esigenze, mediante offerte e promozioni.
E’ evidente che per una professione sanitaria, come quella del farmacista, orientarsi verso un sistema come quello appena descritto sarebbe una contraddizione in termini in quanto, prima di tutto, perderebbe l’identità sanitaria professionale a tutela dei cittadini a favore di una identità aziendale e puramente commerciale come quella dei Corner e delle Parafarmacie; inoltre, andrebbe contro l’etica deontologica della prevenzione e cura dei cittadini a favore della pura “vendita” di beni che di sanitario non hanno che il nome ma che sarebbero, di fatto, puramente mercantili, seguendo la legge della domanda e dell’offerta che, almeno nel campo della salute, non può e non deve avere spazio, e a mio parere dovrebbe essere impedita anche negli altri settori poiché favorisce la cattiva produzione, lo sfruttamento dei lavoratori, l’inganno e la truffa, e un vero e proprio neo schiavismo dei consumatori.
Concludendo, la strada dell’apertura di esercizi commerciali per la vendita di medicinali con il solo obiettivo commerciale, non avendo obblighi e controlli etici, è solo una scorciatoia senza sbocco né professionale né economico per coloro che non vogliono adeguarsi alle leggi che tutelano i cittadini e lo Stato stesso.
Trovo, infine, molto umiliante e dequalificante la definizione di parafarmacie e parafarmacisti, così come l’accettazione di contratti di lavoro quali commessi o cassieri che la GDO utilizza per i nostri colleghi.
Molto meglio sarebbe (come per tutte le professioni) limitare le iscrizioni alle Università in base a previsioni statistiche statali delle necessità future per almeno 5-10 anni e adeguare il numero delle farmacie esistenti alle necessità della popolazione secondo parametri di mantenimento e sviluppo del servizio e di giusta remunerazione dei professionisti, laddove da decenni le farmacie non sono più state aperte, nemmeno con il concorso ultimo per soli titoli.
quando si parla di liberalizzazioni , i farmacisti NON titolari rientrano nel novero dei professionisti della Sanità; quando poi lavorano in farmacia passano immediatamente nel comparto del commercio,con un contratto del quale l’esimio dr.Guerra non si scandalizza al pari di quello offerto dalla grande distribuzione. Ci sarà qualcosa di strano in tutto ciò?
perfettamente d’accordo, secondo il nostro contratto di lavoro noi non siamo professionisti della sanità ma solo dei commercianti.. quindi la prima cosa da modificare sarebbe il ccnl, inquadrando i farmacisti come operatori sanitari, solo dopo le farmacie possono sottrarsi dalle regole del libero mercato seguendo i buoni propositi suggeriti dal dr. Guerra
Aggiungo brevemente che non condivido affatto che le liberalizzazioni non siano mai servite a ridurre tariffe o tasse su beni e/o servizi. Semmai è in parte vero il contrario. I costi delle ricariche telefoniche dapprima comportavano un costo fisso di € 5,00, poi scomparso con la Legge 248/2006; le Banche, già ampiamente padrone di cambiare condizioni ai clienti prima erano anche padrone di applicare onerose spese per la chiusura anticipata di un mutuo o per la sua rinegoziazione su tasso variabile a fisso, ora non più (io stesso potei chiudere il mutuo 1° casa con due anni di anticipo, senza penali). E se i carburanti aumentano spesso e volentieri, non è per la libera concorrenza, ma perché gravate da imposte fra le più alte d’ Europa.
Il fatto è che il forte monopolio, in questo settore, è riuscito finora a mantenere per le farmacie un doppio ingresso:
– Quello riservato ai CLIENTI, con una bella insegna stile “sanitario” con tanto di croce, personale in camice bianco, e tutto ciò che serve per richiamare un luogo di cura.
– Quello riservato al personale DIPENDENTE, dove invece potrebbe esserci scritto Coop, Conad, Esselunga, Calzaturificio, ecc…, dove le buste paga sono esattamente le stesse di ogni altra attività economica. Ben sapendo, in malafede, che un medico appena laureato, mentre sta svolgendo la sua specializzazione, guadagna oltre 1.800 euro mensili netti.
Il problema è che l’affabilissimo Dr. Guerra e i farmacisti titolari, vorrebbero mantenere il secondo ingresso così com’è, mentre vorrebbero il primo “potenziato” a livello economico, in quanto paladini della salute nel nostro paese.
Chissà se in questo paese, i furbetti del quartierino continueranno sempre a farla franca?
Definire “porcate” le parafarmacie, non mi sembra rispettoso per i colleghi che hanno tutti i titoli per esercitare la professione. Non mi sembra che tali esercizi siano stati aperti abusivamente, anzi nella maggioranza dei casi si è messo in gioco tutto dalle risorse economiche a quelle morali e professionali. Si può anche non essere d’accordo sull’apertura delle parafarmacie, io personalmente ritengo che Bersani abbia sbagliato nel consentire l’apertura di un doppio canale. Tuttavia è stato l’unico modo per dare dignità professionale a farmacisti che altrimenti sarebbero rimasti dipendenti a vita a1200 euro a mese senza possibilità alcuna di fare carriera, considerando i tempi biblici dei concorsi artificiosamente pilotati per far sì che le farmacie non venissero mai aperte. L’italia ha una percentuale di disoccupazione giovanile spaventosa, siamo il fanalino di coda dell’Europa, le Pmi non ce la fanno più stritolate dalle tasse e dalla concorrenza sleale dei cinesi, e stiamo qui a parlare di professioni chiuse e di protezionismi di categorie che invece dovrebbero essere soggette anch’esse al libero mercato? L’italia è un paese dalle enormi potenzialità, purtroppo inespresse perché c’è gente come lei che soffre della sindrome NIMBY(not in my backyard) ovvero “non nel mio cortile”. Questo significa fate ciò che volete, purché non si tocchino i miei interessi. I paesi anglosassoni, sono stati quelli che hanno sentito meno la crisi perché nel dna hanno la cultura della libertà d’impresa, perché hanno una burocrazia snella e perché hanno capito che se tutti stanno bene la nazione prospera. Il liberismo economico nei momenti di crisi può portare solo vantaggi, come la creazione di nuovi posti di lavoro e l’abbassamento dei prezzi che aumenta il potere d’acquisto di quelle famiglie che oggi non arrivano a fine mese. Certo, per lei Dott. Guerra che parla nel 2014 di leggi del 1934, questi forse sono concetti un po’ difficili da metabolizzare.
Riprendo testualmente quanto riportato sopra:
…”Trovo, infine, molto umiliante e dequalificante la definizione di parafarmacie e parafarmacisti, così come l’accettazione di contratti di lavoro quali commessi o cassieri che la GDO utilizza per i nostri colleghi”
e mi chiedo: in farmacia esiste un contratto sanitario o qualificante per il farmacista?? mah